Un capolavoro
della nostra
diplomazia
E così finalmente le giovanissime Greta e Vanessa sono rientrate in Italia con il massimo scorno dei terroristi del gruppo che le aveva rapite in Siria lo scorso luglio mentre le due si dedicavano, senza contropartita in denaro è bene sottolinearlo, alle loro attività preferite: rialzare il morale ed ingrossare l’autostima di alcuni di quegli sventurati maomettani.
C’è anche da dire che la loro liberazione costituisce una affermazione eclatante ed una vittoria della nostra diplomazia che tra blande promesse e terribili minacce (ad esempio vi forniremo chiavi in mano un viadotto del modello come quello costruito sulla Palermo - Agrigento, vi mandiamo Antonio Razzi con diecimila foto autografate del leader nordcoreano Kim Jong oppure di persona Lapo Elkann strafatto di cocaina mentre si fa una pippa disteso sulla sua ultima collezione di occhiali), non ha pagato neppure un centesimo per il loro rilascio, come ha più volte sostenuto, sia pure tra incresciose e malevole ondate di scetticismo, il nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni Silveri.
Insomma si è trattato di un vero e proprio capolavoro diplomatico di questa nostra sempre bistrattata Italietta che non ha scucito né 12 milioni di dollari né armi e neppure tecnologie per riavere indietro le nostre due sfortunate cooperanti.
Viene da chiedersi: non sarebbe stato meglio se i nostri due marò Girone e Latorre fossero stati presi non dagli indiani ma dai terroristi islamici? Mah!
Ma il vero tocco di classe lo hanno fornito ancora una volta loro, Greta e Vanessa, quando hanno dichiarato ai quattro venti: “non torneremo più tra di loro”.
Ma perché dico io? Invece dovrebbero ritornarci magari con l’accortezza stavolta di farsi pagare per quello che fino ad ieri hanno fatto gratis!
venerdì 23 gennaio 2015
venerdì 16 gennaio 2015
Formidabili
quegli anni…
un po’ meno
le richieste
Fino a mercoledì scorso 14 gennaio andavo particolarmente fiero di due interviste che negli anni passati avevo fatto ad un personaggio che, comunque la si pensi, aveva la mia incondizionata stima: il leader sessantottino Mario Capanna.
Non solo ma tra i miei ricordi più cari c’era quel “Formidabili quegli anni”, il suo libro con tanto di dedica, che lo stesso Capanna aveva voluto regalarmi.
Mercoledì scorso invece, leggendo un lancio di agenzia - mi pare Ansa - ho appreso che Mario Capanna, come potete leggere a pag 12 di questa edizione, è tra i 54 firmatari il ricorso al Tar della Lombardia per vedersi riconosciuto un appannaggio di qualche decina di migliaia di euro mensili, a suo dire, maturati come consigliere del Pirellone. Giova anche notare che questo appannaggio con una legge dello Stato era stato abolito a causa delle cattive condizioni economiche della regione e dell’Italia.
Che dire?
O lui non è più il Capanna che ho intervistato o io non sono più il giornalista che gli ha posto le domande.
A voi la scelta!
quegli anni…
un po’ meno
le richieste
Fino a mercoledì scorso 14 gennaio andavo particolarmente fiero di due interviste che negli anni passati avevo fatto ad un personaggio che, comunque la si pensi, aveva la mia incondizionata stima: il leader sessantottino Mario Capanna.
Non solo ma tra i miei ricordi più cari c’era quel “Formidabili quegli anni”, il suo libro con tanto di dedica, che lo stesso Capanna aveva voluto regalarmi.
Mercoledì scorso invece, leggendo un lancio di agenzia - mi pare Ansa - ho appreso che Mario Capanna, come potete leggere a pag 12 di questa edizione, è tra i 54 firmatari il ricorso al Tar della Lombardia per vedersi riconosciuto un appannaggio di qualche decina di migliaia di euro mensili, a suo dire, maturati come consigliere del Pirellone. Giova anche notare che questo appannaggio con una legge dello Stato era stato abolito a causa delle cattive condizioni economiche della regione e dell’Italia.
Che dire?
O lui non è più il Capanna che ho intervistato o io non sono più il giornalista che gli ha posto le domande.
A voi la scelta!
venerdì 9 gennaio 2015
Siamo
tutti
Charlie
Mercoledì 14 gennaio, Charlie Hebdo, il settimanale satirico francese colpito la scorsa settimana dalla furia terroristica islamica, sarà nuovamente in edicola. E questo malgrado l’assassinio di quattro dei suoi più valenti vignettisti caduti sotto i colpi dei kalashnikov dei due fratelli individuati come gli autori materiali della strage.
Una decisione, apprendiamo da alcune indiscrezioni, quasi “imposta” all’editore da tutti i giornalisti, alcuni dei quali scampati alla morte per pochi centimetri.
Ma soprattutto una decisione che è anche la migliore e più civile risposta a quanti credono di poter spegnere la voce della satira, e in generale dell’informazione, a colpi di fucile.
tutti
Charlie
Mercoledì 14 gennaio, Charlie Hebdo, il settimanale satirico francese colpito la scorsa settimana dalla furia terroristica islamica, sarà nuovamente in edicola. E questo malgrado l’assassinio di quattro dei suoi più valenti vignettisti caduti sotto i colpi dei kalashnikov dei due fratelli individuati come gli autori materiali della strage.
Una decisione, apprendiamo da alcune indiscrezioni, quasi “imposta” all’editore da tutti i giornalisti, alcuni dei quali scampati alla morte per pochi centimetri.
Ma soprattutto una decisione che è anche la migliore e più civile risposta a quanti credono di poter spegnere la voce della satira, e in generale dell’informazione, a colpi di fucile.
venerdì 2 gennaio 2015
Come uomo
come padre
come direttore
Permettetemi di iniziare questo 2015 con un augurio.
Ma non di quelli canonici, generici, impersonali, bensì con un augurio diretto. Con tanto di nome e cognome: Chiara Insidioso Monda.
Mi dicono che in questi giorni di fine dicembre cade il suo compleanno. Un compleanno però che lei non festeggerà, dove non soffierà sulle candeline né assaggerà una fetta di torta e neppure avrà l’emozione di scartare un regalo.
Ed allora ecco il mio augurio come uomo, come padre, come direttore, come giornalista: guarisci presto Chiara, festeggiamo insieme se non questo i prossimi compleanni, prepariamoci a mangiare tante fette di torta da avere il mal di pancia con tanti regali da scartare da essere invasi dalla carta.
E allora “daje Chiaretta”.
come padre
come direttore
Permettetemi di iniziare questo 2015 con un augurio.
Ma non di quelli canonici, generici, impersonali, bensì con un augurio diretto. Con tanto di nome e cognome: Chiara Insidioso Monda.
Mi dicono che in questi giorni di fine dicembre cade il suo compleanno. Un compleanno però che lei non festeggerà, dove non soffierà sulle candeline né assaggerà una fetta di torta e neppure avrà l’emozione di scartare un regalo.
Ed allora ecco il mio augurio come uomo, come padre, come direttore, come giornalista: guarisci presto Chiara, festeggiamo insieme se non questo i prossimi compleanni, prepariamoci a mangiare tante fette di torta da avere il mal di pancia con tanti regali da scartare da essere invasi dalla carta.
E allora “daje Chiaretta”.
venerdì 26 dicembre 2014
Auguriamoci
un po’ di più
Come è tradizione per un anno che finisce, è di buon auspicio chiedere al nuovo anno che sta per entrare, che sia un po’, ma neanche tanto per i più fortunati almeno, migliore di quello che sta per essere archiviato.
Mi rendo conto che forse per tanti, troppi, questa è soltanto una pia intenzione ma se rifiutiamo a priori anche la speranza, in tutti i sensi, che qualcosa di meglio ci aspetta in questo 2015, non vale neppure la pena di alzare una coppa di spumante in un brindisi.
Per questo personalmente mi limito ad augurare a tutti, lettori e non di questo settimanale, un anno di salute e pace. Un anno senza centinaia e neppure decine di migliaia di euro in più ma caratterizzato dalla consapevolezza che i prossimi 365 giorni che ci aspettano siano giorni almeno sereni.
E’ un augurio ed una speranza.
venerdì 19 dicembre 2014
L’Italia
non si cali
le brache
A questo punto è necessario che il nostro paese apra subito una crisi diplomatica.
E non certamente con l’appoggio della Ue che si era già defilata qualche mese fa definendo il contenzioso riguardante i nostri due fucilieri “un affare tra Italia ed India”. Né ricorrendo all’Onu dichiaratasi espres- samente contraria ad ogni qualsivoglia sanzione nei confronti di Nuova Delhi. Ma usando tutte le armi in suo possesso – in primis il ricatto dei rapporti economici bilaterali, non dimentichiamo che l’India è il nostro quinto partner commerciale – per costringere il governo indiano a restituirci i nostri due marò. Quando scrivo di “armi in nostro possesso” mi riferisco anche all’interruzione dei rapporti diplomatici passando per il blocco dei visti fino all’espulsione della comunità indiana in Italia.
A questo punto è chiaro che l’Italia non ha una potenza contrattuale tale da spaventare un gigante come l’India (e adesso che la Russia si è eclissata è ancora peggio), ciò non toglie tuttavia che una politica di “calarci le brache” può soltanto nuocerci.
Dimostriamo di essere un paese ancora più orgoglioso di loro; dimostriamo che siamo un paese con le “palle”, dimostriamo che nessuno può permettersi impunemente di trattenere per tre anni un italiano senza subire conseguenze.
E se queste conseguenze fanno correre dei rischi ebbene corriamoli.
non si cali
le brache
A questo punto è necessario che il nostro paese apra subito una crisi diplomatica.
E non certamente con l’appoggio della Ue che si era già defilata qualche mese fa definendo il contenzioso riguardante i nostri due fucilieri “un affare tra Italia ed India”. Né ricorrendo all’Onu dichiaratasi espres- samente contraria ad ogni qualsivoglia sanzione nei confronti di Nuova Delhi. Ma usando tutte le armi in suo possesso – in primis il ricatto dei rapporti economici bilaterali, non dimentichiamo che l’India è il nostro quinto partner commerciale – per costringere il governo indiano a restituirci i nostri due marò. Quando scrivo di “armi in nostro possesso” mi riferisco anche all’interruzione dei rapporti diplomatici passando per il blocco dei visti fino all’espulsione della comunità indiana in Italia.
A questo punto è chiaro che l’Italia non ha una potenza contrattuale tale da spaventare un gigante come l’India (e adesso che la Russia si è eclissata è ancora peggio), ciò non toglie tuttavia che una politica di “calarci le brache” può soltanto nuocerci.
Dimostriamo di essere un paese ancora più orgoglioso di loro; dimostriamo che siamo un paese con le “palle”, dimostriamo che nessuno può permettersi impunemente di trattenere per tre anni un italiano senza subire conseguenze.
E se queste conseguenze fanno correre dei rischi ebbene corriamoli.
venerdì 12 dicembre 2014
Minchia
Signor
Alemanno!
Ricordate la canzone tanto dissacrante quanto suggestiva che il compianto Giorgio Faletti cantò a Sanremo qualche anno fa: si intitolava “Minchia Signor Tenente” e descriveva tutte le difficoltà umane e professionali di un milite dell’Arma nel suo lavoro quotidiano.
Trasponendo la storia a ciò che è accaduto in questi giorni – mi riferisco all’indiscrezioni di valige piene di soldi trasportate dal buon Alemanno in quel di Argentina - viene da chiedersi se, per puro caso, al nostro barese trasmigrato a Roma fino a raggiungere la carica di primo cittadino, non sia venuto in mente, come a me, quel ritornello non fosse altro per le sottintese critiche che conteneva.
A Roma ci sono persone che dormono in auto perchè non hanno una casa (leggi a pag 10 di questa edizione), in Italia ci sono persone che sono state condannate per aver rubato un paio di scarpe (leggi la precedente edizione) perché le sue erano sfondate e non poteva comprarne un altro paio, ad Ostia un ragazzo di vent’anni è morto nella pineta delle acque Rosse in cui viveva in una tenda da campo, (leggi a pag 3 di questa edizione) forse alcolizzato ma forse di fame e di freddo.
Minchia signor Alemanno!
Signor
Alemanno!
Ricordate la canzone tanto dissacrante quanto suggestiva che il compianto Giorgio Faletti cantò a Sanremo qualche anno fa: si intitolava “Minchia Signor Tenente” e descriveva tutte le difficoltà umane e professionali di un milite dell’Arma nel suo lavoro quotidiano.
Trasponendo la storia a ciò che è accaduto in questi giorni – mi riferisco all’indiscrezioni di valige piene di soldi trasportate dal buon Alemanno in quel di Argentina - viene da chiedersi se, per puro caso, al nostro barese trasmigrato a Roma fino a raggiungere la carica di primo cittadino, non sia venuto in mente, come a me, quel ritornello non fosse altro per le sottintese critiche che conteneva.
A Roma ci sono persone che dormono in auto perchè non hanno una casa (leggi a pag 10 di questa edizione), in Italia ci sono persone che sono state condannate per aver rubato un paio di scarpe (leggi la precedente edizione) perché le sue erano sfondate e non poteva comprarne un altro paio, ad Ostia un ragazzo di vent’anni è morto nella pineta delle acque Rosse in cui viveva in una tenda da campo, (leggi a pag 3 di questa edizione) forse alcolizzato ma forse di fame e di freddo.
Minchia signor Alemanno!
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