Il primo e
il secondo:
ma quanta
differenza!
La vicenda dell’ingegner Antonio Acerbo, ex sub commissario di Expo ed ex responsabile del Padiglione Italia, finito nei giorni scorsi agli arresti domiciliari per le irregolarità negli appalti sulle vie d’acqua, il cui servizio i lettori di questo settimanale potranno leggere a pagina 12, in cambio di due contratti per centinaia di migliaia di euro contro gli interessi dell’Italia e a favore del figlio Livio, tra i soci di alcune società di consulenza nel campo informatico, mi fa venire alla mente un altro Acerbo, anche lui ingegnere ma di nome Giacomo, che fu collaboratore di Mussolini.
Il primo è stato direttore generale del Comune di Milano retto dall'allora sindaco Letizia Moratti. In precedenza era stato vice direttore generale di Palazzo Marino, direttore dell'area tecnica e membro del cda di Metropolitana milanese. Incarichi pubblici ottenuti dopo una carriera nel mondo privato (Gruppo Fininvest, Euromercato, Montedil e Tecnimont). Nel 2006 gli è stato attribuito finanche l’Ambrogino d’oro e dal 2005 è Grande Ufficiale della Repubblica per il restauro del Teatro alla Scala.
L’altro ingegnere, anche lui si chiamava Acerbo, era invece di origine abruzzese e nella sua carriera politica non ebbe, né chiese mai, alcun titolo.
Il primo probabilmente è ricco sfondato (ma guarda un po’), il secondo è invece morto povero, nonostante il suo ventennale impegno politico.
Il primo è padre di un maneggione che non ha esitato a lucrare fregandosene dei soldi che rubava allo Stato, il secondo aveva un fratello, Tito, morto in guerra e insignito della medaglia d’oro e due medaglie d’argento al valore militare.
Sempre il primo ha fatto incetta di titoli assegnatigli con evidente manica larga, il secondo invece è stato decorato soltanto con tre medaglie d’argento al valor militare. (E scusate se è poco!)
Il primo all’Expò è andato in ufficio sapendo di fregare il Paese, il secondo durante la marcia su Roma presidiò Montecitorio, nel timore di azioni squadristiche. Rischiando peraltro la vita.
Sempre il primo ha legato il suo nome (e vorrei ben vedere) ad una truffa, il secondo legò il suo nome alla riforma elettorale maggioritaria - la cosiddetta «legge Acerbo» - votata nel novembre 1923.
Il primo, immagino, alle sue nozze avrà avuto come testimoni chissà quali “pezzi da 90”, il secondo i sempre tenuti al margine dal regime, Francesco Paolo Michetti e Gabriele d'Annunzio.
Il primo non ha detto una parola sui brogli e le ruberie avvenute all’Expò, anzi in un primo momento ha negato, il secondo non esitò nella seduta del Gran Consiglio del 6 ottobre 1938 che trattò delle leggi razziali, a prendere una posizione estremamente critica se non proprio di aperto dissenso con i maggiorenti appecoronati del regime.
Il primo adesso è ai domiciliari e mi auguro di tutto cuore finisca in galera, il secondo venne condannato a 30 anni di carcere pena poi annullata dalla Cassazione nel 1947.
Ultima analogia: il primo probabilmente riceverà anche una buona uscita milionaria ed una pensione, il secondo invece anche se fu riabilitato e nel 1951, in seguito ad una sentenza del Consiglio di Stato, riammesso all'insegnamento universitario, quando è morto nel 1969 non era proprietario neppure della casa in cui viveva.
Ultima ma non ultima: il primo ha preso una caterva di soldi dallo Stato italiano, il secondo alla sua morte lasciò in eredità al Paese che aveva servito in venticinque anni di ininterrotto lavoro la sua notevole collezione di ceramiche.
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